55. Gli Aragona e i baroni napoletani.

   Da: G. Galasso, Intervista sulla storia di Napoli, Laterza,
Bari, 1978

 Gli sforzi di Alfonso il Magnanimo, re di Aragona, di Sicilia e,
dal 1442, anche di Napoli, di accentrare le istituzioni del regno
e di procedere alla conquista dell'Italia - egli era senza dubbio
il pi prestigioso monarca impiantato in quell'epoca sul suolo
italiano - s'infransero, come spiega nelle pagine seguenti
Giuseppe Galasso, contro l'ormai radicato potere feudale dei
baroni, rafforzato dalla crisi della precedente dinastia angioina
e reso ancor pi potente dalla scarsa presenza in Italia
meridionale di un moderno ceto mercantile.


   Quando con Giovanna secondo si estinse nel 1435 la dinastia
angioina, il potere monarchico nel regno era ridotto quasi
all'ombra di se stesso. La dinastia che segu, e cio quella
aragonese, oper un grosso sforzo per imporre il controllo regio:
furono riformate le istituzioni amministrative e organizzate nel
modo che doveva poi durare per oltre tre secoli; fu favorito
l'accesso di ceti nuovi al possesso feudale; fu svolta una
politica sapiente di promozione artistica e culturale, che fece di
Napoli una delle capitali dell'Umanesimo e dell'arte
rinascimentale e, insieme, diede alla monarchia una formidabile
base di prestigio e un grande strumento di pressione morale e
civile; fu sollecitata la ripresa economica del paese dalla crisi
generale che aveva colpito l'Italia e l'Europa un secolo prima; fu
colta con acutezza e tempestivit la possibilit di far giocare la
capitale come centro e forza di prima grandezza nella lotta alla
feudalit. Ma i sovrani aragonesi - Alfonso il Magnanimo e
Ferrante primo - si mossero anche sulla base di un giudizio molto
realistico circa la forza della feudalit. [...].
   I baroni erano i diretti signori della massima parte dei comuni
meridionali e la popolazione delle campagne era legata ad essi
dalle tradizioni di dominio e di organizzazione economica e
sociale che in loro si esprimevano. In tutte le zone del
Mezzogiorno piccoli gruppi borghesi ed esigui strati popolari
erano stati cooptati dalla stessa feudalit nel dominio delle
campagne, attraverso le possibilit offerte dalla gestione e
dall'amministrazione delle terre e dei possessi feudali. Ci
agevolava l'azione della feudalit e formava intorno ad essa un
blocco sociale che scendeva fino alle ultime classi della
popolazione. Scalzare questo blocco richiedeva forze davvero
cospicue. Ma, intanto, i limiti dello sviluppo complessivo del
Mezzogiorno dopo il Mille, restringevano la possibilit di
formazione di forze sociali alternative, borghesi, su cui la
monarchia potesse contare. Perci n Alfonso n Ferrante spinsero
la lotta contro la feudalit fino alle sue ultime conseguenze.
Alfonso - che era sovrano di molti regni: Aragona, Sardegna,
Sicilia, oltre che Napoli - aveva poi il problema di assicurare la
successione di Ferrante sul trono napoletano. Questi era suo
figlio illegittimo; e ci poteva facilmente sollevare
l'opposizione di parte della feudalit e costituire un comodo
pretesto per il consueto gioco dei baroni di opporre e sostenere a
ogni occasione un pretendente contro il sovrano regnante o che
avrebbe dovuto regnare. Non potendo lasciargli, quindi, un'eredit
indiscutibile, come quella che, con gli altri regni, lasciava
all'erede legittimo, e volendo in ogni modo assicurare un avvenire
regale al bastardo che prediligeva in modo particolare, Alfonso
si mosse a Napoli, nei riguardi della feudalit, con fermezza, ma
anche con circospezione. Il figlio, che si rivel ben degno, per
le sue qualit di uomo di Stato, della stima e dell'affetto del
padre, si trov, tuttavia, egualmente in gravi difficolt: dov
affrontare una lotta quinquennale alla morte del padre nel 1458
per imporre la sua successione, e poi, soprattutto, la grande
congiura dei baroni negli anni '80. Questa stessa congiura
attestava, peraltro, che l'azione del re nei vent'anni precedenti
per limitare e controllare il potere della feudalit aveva avuto
successo. Ferrante venne a capo della congiura con la forza e con
l'inganno arrestando, e sterminando in ultimo gran parte dei
congiurati che aveva attratto nel Maschio angioino col pretesto di
trattative per un accordo e una pacificazione.
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